Sovrapposizioni di Giugno: Tra Pietra e Fuoco
Giugno 2026 non sta semplicemente finendo; sta collassando nel presente. Giunti a un’età avanzata, la linearità del tempo si dissolve: non scorre più in fila indiana, ma si sovrappone. Sono contemporaneamente il fanciullo per cui la giornata era infinita e l’osservatore attuale per cui la sabbia della clessidra precipita in un istante. Passato e presente non sono sequenze distinte, ma stati intrecciati della stessa coscienza.
In questa sospensione temporale, la riapertura del Partenone non è un evento lontano, ma una vibrazione qui e ora. Nel suo silenzio architettonico, la pietra non ricorda il tempo: lo contiene. Le colonne ferite sono frammenti di eternità che resistono alla nostra effimera biologia, testimoni muti di una permanenza che sfida l’oblio.
Dal mio ritiro a Monastir, vivo un paradosso geografico. La geografia non è più solo spazio, ma probabilità. C’è chi fissa la propria realtà a Monaco di Baviera, tra i cavalli vapore di una BMW, e chi la fissa a Monaco sul mare, tra i tavoli da gioco. Io ho scelto di restare nell’incertezza fertile del labirinto di Monastir, dove osservo le cronache senza forzarne l’esito immediato.
Scorro le pagine dei giornali e vedo una realtà distorta dall’osservatore collettivo: inni di vittoria urlano da ogni angolo, perché nella narrativa moderna la sconfitta è uno stato proibito. Tutti vincono, anche mentre le macerie fumano ancora. L’Italia ci ha insegnato, con la sua ultima guerra, come si possa guardare un crollo e vederlo trasformarsi magicamente in una rinascita. Oggi quel meccanismo è la regola: la verità diventa ciò che scegliamo di misurare, ignorando la tragedia sottostante.
Eppure, attraverso il rumore di fondo, percepisco il legame invisibile che ci unisce ai conflitti in Iran e in Eurasia. «La Russia brucia», ripetono gli strilloni, tentando di imporre una singola versione dei fatti. Ma il fuoco non conosce confini. Un tempo l’inverno era lo scudo della Grande Russia; oggi il sistema è cambiato. Il nemico è l’aria stessa: estati torride che incendiano foreste immense, trasformandole in una vulnerabilità strategica. Il cambiamento climatico non è più uno sfondo, ma l’attore principale di questa instabilità globale.
La distanza fisica induce un distacco apparente, ma il legame morale resta intatto. Il "gallo di parte" canta il suo ritornello ossessivo, cercando di imporre ordine al caos. La storia appare come un’opera buffa e tragica insieme, un’autostrada dove il pedaggio è pagato sempre dalle stesse generazioni, intrappolate in una farsa ricorrente. Al ghiaccio di un tempo si risponde con il fuoco dell’oggi. Non ci resta che sperare che questa osservazione finale non faccia collassare tutto in cenere, lasciando solo polvere dove un tempo sorgevano colonne.
Marco Pietro Monguzzi
